Deliri di onnipotenza

Il cuore rimbomba, un po’ come i bassi prodotti da un woofer di buona qualità. I bassi, per definizione, fanno vibrare. Quello che vogliamo è vibrare, ed a me è recentemente successo, di vibrare. Sì, è vero, c’era molta musica in quel frangente, ma sono riuscito a distinguere bene le mie vibrazioni da quelle artificiali causate, queste sì, dai woofer. Anzi,  la musica mi ha considerevolmente aiutato.

Era una sera di fine primavera, con puri slanci estivi, ma meno ambizioni. La maglietta a manica corta andava benissimo, il soffocamento lo lasciamo ad agosto. Venivo da due giorni piuttosto pesanti a lavoro, ma soddisfacenti il doppio. Improvvisamente, e soprattutto inaspettatamente, mi ritrovai a camminare per le vie della mia città, mano nella mano, in mezzo a molta altra gente. In un altro momento, in un altro tempo, una situazione del genere mi avrebbe fatto letteralmente imbestialire, ma non quella sera. Non sono un tipo mondano, e chi mi conosce lo sa, ma come dire di no ad un concerto sotto le stelle, per di più in una delle più belle piazze della tua (odiata)amata città? Semplice, non c’è modo. Per le strade del centro respiravo l’aria leggera, la guardavo giocare con i tuoi capelli, e sentivo che sarebbe stata una di quelle notti che non avrei mai scordato. Lo senti quasi nelle ossa, quando una serata sarà la tua serata. Lo sai da quando la mattina hai lasciato svogliato il letto. Ed io ne ero certo mentre ti stringevo la mano. Così, di lì a poco, mi sono ritrovato sotto una pioggia di note e luce, a saltare a tempo con i miei amici e migliaia di anime, probabilmente anch’esse convinte che quella fosse la loro serata, e spero vivamente che lo sia stata. Il tutto sotto il vigile sguardo di uno spicchio di luna sornione, svegliatosi di soprassalto quando i bassi hanno cominciato a tuonare impetuosi. In quel momento, dopo l’ultimo salto, ti sei girata per baciarmi, ed abbiamo chiuso gli occhi, col buio acceso dallo spettacolo di luci, e la musica a distorcere il resto. Fu lì che alzai lo sguardo al cielo. Mi stringevi, ti stringevo, sentivo il tuo corpo contro il mio. Il ritmo elettronico aveva raggiunto l’apice, al termine della sua incalzante ascesa. La folla era un delirio totale, ed anche io ebbi il mio personalissimo delirio. Fu lì che sentii il mio cuore scoppiare, fu lì che sentii il mio cuore vibrare. Fu lì che vibrai, e per un attimo ho avuto la certezza di essere il padrone del mondo, se non di tutto, almeno del mio. Ero padrone del mio mondo. Tutto della mia vita, in quel preciso istante di esplosione sensoriale, me lo faceva pensare, e non riuscivo a darmi torto. Ed infatti non me lo diedi. Raramente, o forse mai, mi sono trovato a fronteggiare sensazioni simili. Ho vissuto il mio stupendo delirio di onnipotenza, ed è stato incredibile. Avevo la piena consapevolezza di me stesso, e la sentivo nelle ossa, la sentivo nel cuore. Che rimbombava, a tempo di musica, insieme alle migliaia di altre anime.

Insieme a te.

Grazie.

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Come il vento dov’ero senza respiro.

Si può essere più sbagliati degli esseri umani? Veramente, ragionateci un attimo: ma di cosa siamo fatti? Come siamo fatti? Spesso siamo noi stessi i nostri primi, e più acerrimi, nemici. Si dice che il vero coraggio non stia nel combattere i proprio nemici, ma le proprie debolezze. Ma il punto è questo: le due cose combaciano. E spesso le debolezze ce le coltiviamo in casa, le lasciamo crescere forti e robuste, e le mettiamo fuori dal cancello, una volta mature, a fare la ronda. I nostri fantasmi, i nostri demoni, i nostri nemici, appunto. Da qui nascono tutti i problemi dell’umano essere, che ci portano a remarci contro in uno sconsiderato numero di occasioni, paradossalmente favoreli.

Credo che l’emblema di quello che sto dicendo siano le situazioni sentimentali, le relazioni interpersonali. Sì be’, l’amore.

Gli schemi di ognuno di noi, le esperienze passate, spesso ingabbiano il cuore in una sorta di trincea, pronto a difendersi da qualsiasi assalto, e senza mai muoverne alcuno. Posso essere d’accordo, è più che lecito evitare di farsi del male, proteggersi. Ma io ho la (s)fortuna di essere diverso da questo punto di vista, e di conseguenza di avere altri pensieri, altre sensazioni. “Come fai ad avere un cuore così indifeso, abbandonato?” mi hanno recentemente chiesto. Onestamente, non lo so. Il fatto è che penso che non possiamo essere noi stessi ad ostacolarci. Ci pensa già abbastanza la vita a metterci i bastoni tra le ruote, se le diamo una mano è finita. Quindi sì, ci si può far male, io stesso mi faccio male, lanciando il cuore all’attacco, senza remore o timori. E’ difficile da capire, lo so bene, figuriamoci da fare. Ma io non smetterò mai di pensarla così, perché lo trovo l’unico modo. Quindi, io so che quando una persona fa realmente sorridere il mio “spavaldo” cuore, non devo perderla. E’ questo ciò che mi fa imbestialire dell’umanità: com’è possibile che gli altri se le lascino sfuggire?

https://www.youtube.com/watch?v=jBgdvgncYss

 

Guns like candies

Ciao. 

Ho sette anni, e stamattina mancano dieci giorni alla vigilia di Natale, che sarebbe il mio giorno dell’anno preferito, se quello dopo non fosse proprio Natale. Mi piace tantissimo giocare a basket, infatti mi dicono che sono molto bravo per uno della mia età, anche se sono un po’ bassino. Ma sicuramente crescerò, così un giorno potrò andare a giocare nella mia squadra preferita: i New York Knicks! Quest’anno possiamo vincere il campionato, sono contentissimo! Papà ha già comprato i biglietti per la partita con Boston, che è una specie di derby, e quindi non vedo l’ora di andarla a vedere! A dire il vero, non sono proprio di New York, ma abito abbastanza vicino ai Knicks per essere un loro fan! Sono di Newtown, nel Connecticut.

Adesso mi sto preparando per andare a scuola, anche se non mi va tanto. Oggi la maestra ha detto che faremo il compito sulle capitali degli stati, ed io mi scordo sempre quella del Montana e del Missouri! (e del Mississippi, dell’Ohio, del New Mexico…). Mentre stiamo facendo il test, dalla porta entra un tizio strano. Sembra uno dei personaggi dei videogames di mio fratello più grande, però uno dei cattivi. Ma lo capisco subito che non è un videogioco, perché quando spara la maestra muore davvero. E quando continua a sparare muoiono tutti, ad uno ad uno. Ed è quando colpisce anche me che mi chiedo perché, ma non faccio in tempo a darmi una risposta che si fa buio e freddo.

Ciao, avevo sette anni e… non è assolutamente giusto. Io dovevo andare a vedere New York Knicks – Boston Celtics.

Vado ‘ndo me va, vado ‘ndo me va… ma sto sempre qua

A volte, quando vi guardo mentre volo sopra le vostre teste, mi fate proprio ridere. Siete terribili, tutti di corsa nelle vostre inutili frette quotidiane, affaccendati in chissà quali impegni incredibili. Ci sono volte che sembrate così concentrati nelle cavolate che state facendo, da non sembrare nemmeno veri. Ed è in queste giornate che adoro soffiare di più, con più ardore. Ma non per darvi fastidio, come credete voi (che mi maledite anche). No, soffio di più, sferzandovi il viso, per entrarvi con forza nei polmoni e vedere se siete ancora vivi, per lo meno quanto basta per accorgervi davvero di me. Siete ridicoli, e nemmeno ve ne rendete conto. Eppure io, il Vento, sorprendente ed a volte devastante (sì ecco, chiedo scusa se in qualche occasione ho perso un po’ troppo il controllo…) forza della natura, arrivo ad invidiarvi, voi formichine frettolose. Soffio con rabbia sui vostri cappotti, vi lancio contro la sabbia quando addosso avete solo un costume, faccio suonare le fronde degli alberi, come un’orchestra tutta mia, mi diverto a modellare il mare come più mi piace. Ma alla fine, alla fine vi invidio. E mi fate anche arrabbiare un po’, un bel po’ (e poi perdo il controllo…). Mi arrabbio perché non capite, non capite il motivo per cui faccio tutto questo. Mi lancio su di voi perché amo sentire il calore sprigionato dalla vostra pelle quando vi abbraccio, con tutta la mia forza o con la massima delicatezza. Per un attimo mi sembra anche di potervi raccontare cosa voglia dire soffiare sulle punte dell’Himalaya, o sorvolare sornioni l’Ayers Rock. Ma questa è un’illusione che passa via subito, un po’ come faccio io. E voi nemmeno ve ne accorgete. Sono davvero pochi quelli per cui non provo antipatia, e sono coloro i quali hanno capito. Spesso li vedo, sulle scogliere oceaniche, in cima ad una collina o semplicemente alla finestra, che mi aspettano. Dopo aver sorriso (fateci caso, io sorrido, lo faccio tramite le nuvole), prendo lo slancio giusto ed attraverso i loro occhi, il loro naso, la loro bocca, raggiungo il loro cuore, e li riempio di quella vita che mi stavano chiedendo, fin quando per qualche secondo siamo una cosa sola, io parte di loro e loro parte di me.

Ah già, vi starete chiedendo come mai vi invidio. Io sono il Vento, sono di tutti e di nessuno, vado ovunque e da nessuna parte. Non saprò mai cos’è un abbraccio.

Ma non smetterò mai di darne.

Home, home again…

…and then one day you find ten years have got behind you
No one told you when to run, you missed the starting gun…

Queste erano le parole che Gilmour stava sussurrando quando, per via di una buca, l’autobus che dall’aeroporto mi avrebbe portato in centro sussultò, facendomi sbattere contro il finestrino. Fu così che mi svegliai, piuttosto sorpreso, soprattutto perché non mi ero reso conto di essermi addormentato. Da anni ormai porto avanti una guerra terribile con il sonno, di quelle senza esclusioni di colpi. Posso riassumere dicendo che non andiamo particolarmente d’accordo, e sostanzialmente ogni qual volta avrei davvero bisogno lui, fatica a farsi vivo. Di contro, ha sempre la gentile accortezza di presentarsi nei momenti meno opportuni, cogliendomi sempre in contropiede. Quando mi svegliai, infatti, l’autobus aveva superato la mia fermata già da un po’. L’iniziale fastidio divenne presto compiaciuta rassegnazione. Poco male, pensai. Era un’occasione per fare due passi nella mia città, che non vedevo da troppo tempo, e di cui avevo sentito una mancanza talmente profonda da essere compresa solo ora che vi ero tornato, e ne respiravo di nuovo l’essenza.

…And you run and you run to catch up with the sun,                                                              but it’s sinking… 

Pioveva, ma non mi importava più di tanto. Anzi, ne ero quasi felice. Era una di quelle pioggerelle autunnali che raramente si vedono dalle nostre parti. Quelle che ti accarezzano leggere, quasi ti fanno il solletico, contornando il paesaggio e creando una sorta di nebbiolina, trasformando tutto in un quadro di Monet. Decisi di prendermela comoda. Per quello che dovevo fare, il tempo era più che sufficiente. Allungai volutamente il percorso, fin quasi a perdermi in vicoli che mai avevo visto prima: mi ero scoperto in crisi d’astinenza, e quindi mi stavo procurando un’overdose. Passai anche davanti al vecchio pub, quello sul cui pavimento sono sicuramente presenti gran parte dei miei neuroni. La saracinesca era alzata a metà, era ancora presto e sicuramente dentro stavano ancora montando la sala. Fui sollevato dal sentire gli AC/DC uscire dagli altoparlanti: era ancora tutto come ai vecchi tempi. A quel punto, decisi di averne avuto abbastanza, e mi incamminai verso il mio obiettivo. Quando giunsi in Corso Indipendenza, una delle vie buone della città, aveva smesso di piovere da un po’. Mi ritrovai fermo davanti il numero 35, pronto a citofonare, quando uscì un condomino che mi chiese se dovevo entrare. Dissi sì, ringraziai ed entrai. Fortunatamente, la porta che cercavo aveva la targhetta col cognome sotto lo spioncino. Si sentiva chiaramente la sigla di un cartone animato provenire da dentro, accompagnata da una risata che solo un bambino può regalare. Fissai qualche altro secondo quel cognome, poi suonai il campanello. In un attimo, e senza nessuna domanda, la porta si aprì, e mi si presentò davanti un frugoletto tutto lentiggini e con un sorriso indimenticabile, assolutamente noncurante delle grida di rimprovero piuttosto adirate della mamma. “Tu non sei papà! Però ciao!”, e così risposi “Ciao piccolo, la mamma è in casa?”. Non feci in tempo a finire la domanda che lei, Clara, era già spuntata da dietro l’angolo furiosa come una belva “Ma quante volte devo dirti di non aprire la porta, soprattutto se non chiedi chi è? Sergio, stavolta mi hai fatto davvero arrabbiare, vai a spegnere subito la televisione e… e…”.  In quel momento aveva alzato gli occhi verso di me, dove ci scambiammo uno di quegli sguardi in cui le anime si intrecciano fino a svenire “…e vai di là”. Sergio obbedì. “Ciao.” le dissi. Era stupenda, gli anni l’avevano appena intaccata, e soprattutto nel modo giusto: era una donna adesso, e sprizzava fascino da ogni singolo poro. Era in tenuta casalinga, indossava una felpa col cappuccio abbastanza larga, ed aveva i capelli castani tenuti su da una matita. “Tu? Tu? Tu? Ma cosa cazzo… ma perché sei qui?”. La guardai ancora prima di dirle “Ho delle faccende da sbrigare, ma prima di tutto devo parlarti” mentre mi lanciavo per baciarla. Fu uno di quei baci che aspetti come un viaggio, e nel quale ti smarrisci cadendo giù, senza via di fuga. “Va bene maledetto, ma non ora, mio marito sta per tornare… Ci vediamo domani, ciao.” riuscì a biascicare con un filo di voce quando riaprimmo gli occhi. La porta si chiuse alle mie spalle, mentre imboccavo le scale. Decisi di fare un altro girò in città, prima di ritornare al pub, che nel frattempo aveva aperto. Luca, il barman, mi aveva riconosciuto, dato che aveva appena iniziato a spillare una rossa media.

…hanging on in quite desperation.  

 

Once again…

E dunque, ci sono ricaduto.

Dopo anni, la tentazione di riaprire un blog in cui scrivere è tornata a farsi sentire, e, per sconfiggerla, ho deciso di cedervi. Non so, prendetela come una scusa per raccontare storie, oppure un’improvvisa ricerca di un’ispirazione latente. Qualsiasi cosa va bene, l’importante è avere un posto per la mia testa.

Best regards.